Indosso la mia camicia cinese, di seta cinese, di foggia cinese, blu quasi notte, lucido, con rami di ciliegio ricamati in argento cinese, per fingere di essere altrove. Magari in Giappone.
Sventolo una bandiera da imbarcazione veneziana, di taglio veneziano, di un bordeaux veneziano con un leone veneziano in giallo, per immaginare meglio di essere in un’avventura, il viso coperto da una maschera veneziana. Magari nelle Marche o in Toscana.
Ho i capelli di un rosso irlandese, chiusi in una treccia francese, fermata con un fermaglio con girasoli di Van Gogh.
Una gonna gitana, nacchere, scarpe marocchine, o meglio iraniane alla Sherazade. Ho un profilo forse più macedone che greco, i fianchi romani, gli occhi siciliani, almeno nello sguardo. Le mani vengono dall’Emilia Romagna, forse Modena. La voce e la capacità di scrivere vorrei fossero genovesi.
In questo scenario arlecchino ciò che non ho elencato è assolutamente insignificante o forse assolutamente mio. Forse proprio per questo lo trascuro.
Soffro di una bulimia dell’anima, prima che del corpo.
Raccolgo gli amori di tutti per rigettarli volgarmente quasi totalmente, distruggendo la maggior parte del mio.
Non chiedo comprensione perché è una lotta che può essere vinta solo da me.